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"La Battaglia di Ravenna"

Data:    11 Aprile 1512 (il giorno di Pasqua)

Luogo:  Ravenna – Italia

Risultato:            Vittoria Franco-Ferrarese

Schieramenti

Francia,
Ferrara

Spagna
Papalini

Comandanti

Gaston de Foix †

Ramon de Cardona

Potenza

23,000

16,000

Perdite

~3,000–4,500 morti
~4,500 feriti

~9,000 morti,
numero imprecisato di feriti

Già dal mese di Febbraio 1512, le forze francesi erano impegnate in Italia per conquistare le città della Romagna e del Veneto, in un tentativo di negare il controllo di quelle regioni alle forze della Lega Santa. Insieme ad un contingente italiano al comando del duca di Ferrara, l’esercito Francese marciò da Bologna verso est e mise sotto assedio la città di Ravenna, difesa dalle truppe Papaline della Lega Santa

Il Papa Giulio II chiese quindi che un esercito fosse mandato a liberare la città; Ramon de Cardona aderì e l'esercito spagnolo scese verso Ravenna al fianco delle truppe Papaline. In data 9 aprile, passarono Forlì e, avanzando lungo il fiume  Ronco, raggiunsero in Molinaccio il giorno seguente, ormai a poca distanza dalle posizioni Francesi che si preparavano ad attaccare

All’alba dell'11 aprile 1512, nelle campagne di Ravenna, le truppe del re di Francia, Luigi XII, coadiuvate dalle milizie del duca Alfonso d’Este (in particolare le artiglierie)e dai mercenari Lanzichenecchi concessi dall'imperatore Massimiliano si scontrarono con le forze pontificie, spagnole e napoletane della Lega Santa, al comando di Pietro Navarro.

L'esercito francese, comandato da Gaston de Foix (1498-1512), figlio del visconte di Narbona e di Maria d'Orleans, sorella del re di Francia Luigi XII contava all’incirca 23000 uomini. Quello invece del re di Spagna Ferdinando Primo, alleato del Papa Giulio II ne contava all’incirca 16000

Il problema tattico dei francesi era quello di riuscire a far attaccare gli spagnoli, che in inferiorità numerica si erano asserragliati nel loro campo, protetti nel loro fianco sinistro dall'argine del fiume Ronco, nel loro fronte da un alto fosso rinforzato da carrette ed appostamenti dotati di archibugi, mentre alla loro sinistra un terreno paludoso impediva le manovre degli eserciti

Fu l'artiglieria francese a porsi prima lungo tutto il fronte di battaglia, per poi spostarsi su un fianco spagnolo e da lì battere d'infilata le cavallerie nemiche, che rotti gli indugi caricarono i cavalieri francesi, stufe di subire perdite, senza poter reagire

Le cavallerie leggere spagnole uscirono dal campo e combatterono contro le cavallerie leggere francesi, mentre al centro le fanterie e i picchieri si scontrano attraverso il fosso, ne risultò una vera e propria carneficina

Furono i Lanzichenecchi a reggere le sorti della battaglia, pur non riuscendo a sfondare, riuscirono a tenere il campo. Tuttavia le cavallerie francesi ebbero la meglio su entrambi i fianchi: alla fine gli spagnoli, avvolti completamente, dovettero aprirsi la strada per trovare una via di fuga

La vittoria arrise ai Francesi nonostante le perdite rilevanti e la morte del comandante Gaston de Foix, caduto sul campo mentre caricava la fanteria spagnola in ritirata. Subito dopo la battaglia i vincitori invasero e saccheggiarono la città, facilitati in questo da una breccia nelle mura a sinistra della porta San Mama, aperta due giorni prima (9 apr. 1512) dalle artiglierie del duca di Ferrara

La vittoria francese fu dovuta in gran parte proprio all'uso atipico delle artiglierie di Alfonso d’Este e alla forza morale dei Lanzichenecchi

Per la prima volta nella storia l’artiglieria risulta determinante e decide la sorte dello scontro

 

La Colonna dei Francesi

“A ricordo dei francesi e degli spagnoli qui uccisi e perché il tempo non distrugga il ricordo di questo avvenimento”  

Unica testimonianza artistica della battaglia di Ravenna, eretta nel 1557 dal cardinale Pier Donato Cesi arcivescovo di Narni. La si può osservare sull'argine destro del fiume Ronco a pochi chilometri da Ravenna, presso la frazione Madonna dell’Albero. Gli alti cipressi che la circondano, la rendono facilmente identificabile per tutte le persone che la cercano e sottolineano il cordoglio di tutte le persone e soldati che morirono durante la battaglia. Sebbene ora il monumento sia dimenticato da tutti poiché fuori dai comuni itinerari turistici, era considerato un tempo degno di nota; tra gli altri visitatori la colonna annoverò Oscar Wilde (1854-1900) che così la descrive:

«solitaria, alta sulla pianura. Segna dove il prode cavaliere di Francia fu ucciso, dove la sua luminosa giovinezza sgorgò sul terreno».

Alla battaglia pare abbiano partecipato anche personaggi come: il Baiardo, il de La Palisse e Ludovico Ariosto.

Per la verità ora la colonna si trova sull’argine del fiume, luogo ove fu posta nell’ultimo quarto del XIX secolo, per renderla “più visibile” a circa cinquanta metri dalla sede originaria dove si supponeva fosse caduto il nobile comandante Gaston de Foix.

 

"I Lanzichenecchi"

- Da un articolo di Giovanni Banfi -

Nascita e organizzazione

Il termine "Lanzichenecchi" compare nelle cronache intorno alla fine del XV secolo e si riferisce a truppe mercenarie formate prevalentemente da uomini provenienti dalla Germania del sud. E' composto dai termini "Land" e "Knecht" e parrebbe significare "servitore della terra" intesa come patria. Le prime formazioni vennero costituite da Massimiliano I d'Asburgo tra il 1476 e il 1493 durante le guerre combattute contro i Francesi nelle Fiandre. Erano una truppa mercenaria composta da contadini, avventurieri, figli della nobiltà in cerca di gloria e altri individui di ogni rango sociale senza un lavoro.

L'arruolamento era attuato da un "imprenditore" (uno fra tutti, Georg Von Frundsberg soprannominato "il padre dei Lanzichenecchi") su commissione di un "signore della guerra", come ad esempio l'Imperatore Carlo V - il quale, generalmente, forniva il denaro necessario. La prima fase dell'arruolamento era la il reclutamento. L'imprenditore, dopo aver ricevuto la lettera d'incarico del signore, sguinzagliava i propri reclutatori, ufficiali o personaggi noti per le proprie imprese belliche al servizio di vari comandanti. I candidati si presentavano ai banchi di reclutamento fatti predisporre dai reclutatori. Solitamente, veniva corrisposta al fante una somma calcolata in base alla dotazione che già possedeva, ad esempio un pettorale, un elmo o un'arma offensiva. Al contrario, quando, per questioni di uniformità di armamento ai fanti venivano consegnate delle armi, il loro valore veniva detratto dal soldo. I reclutatori fornivano, in molti casi, anche la somma di denaro necessaria al fante per raggiungere il luogo della rassegna, la fase successiva dell'iter di arruolamento. Chi aveva ricevuto queste somme di denaro ed era stato registrato sul libro dallo scritturale al tavolo di reclutamento aveva "venduto interamente la pelle, il corpo e la vita". Una volta raggiunto il luogo della rassegna, i candidati incontravano i comandanti che leggevano loro la lettera d'impegno contenente diritti e doveri dei componenti il reggimento: ufficiali, sottufficiali, rappresentanti di truppa e semplici fanti.

Successivamente i candidati attraversavano uno stretto corridoio formato da una massa di persone e passavano sotto un giogo formato da due alabarde conficcate in terra verticalmente e una lancia posta a "ponte" sopra di esse. In questo modo, ordinatamente, venivano esaminati dagli ufficiali e se erano idonei e riuscivano ad accordarsi con i comandanti riguardo il loro inquadramento e soldo, potevano passare alla fase successiva, il giuramento che legava il fante al suo reggimento, al suo comandante e, secondo l'antica legge dei Lanzichenecchi, all'Imperatore. Il soldo corrisposto al fante dipendeva dal suo inquadramento, un fante semplice armato di picca percepiva 4 fiorini, che gli bastavano per mantenersi da sé anche due mesi. I fanti armati di alabarda o spada a due mani, i cosiddetti doppelsöldner, i tamburini, i pifferai e gli interpreti, ad esempio, percepivano 8 fiorini. Il soldo dei graduati e degli ufficiali variava da un minimo di 12 fiorini per un Feldwebel (Sergente Maggiore) a un massimo di 40 fiorini per un Hauptmann (Capitano) o 100 per un Locotenent (Tenente Colonnello), mentre un Feldobrist (Colonnello) poteva percepire anche 400 fiorini. I Lanzichenecchi avevano, all'interno del reggimento, dei rappresentanti sindacali che difendevano i loro diritti presso i superiori o il signore. Esisteva un diritto generale che era sancito dalla lettera d'impegno. Quando questo diritto veniva violato, si allestiva un processo interno con tanto di avvocati, giudici e boia che, nei casi più gravi, eseguiva la condanna a morte.

Un reggimento di Lanzichenecchi era formato, in genere, da dieci Compagnie o Fähnlein formate ciascuna da circa 400 uomini divisi in Rotte (plotoni). I quadrati erano formati da file di Lanzi armati di picche lunghe fino a quasi 6 metri, impugnate in orizzontale sopra la spalla destra. Davanti e dietro la formazione di picchieri agivano i doppelsöldner armati di spada a due mani o di armi in asta adatte al taglio delle picche avversarie. La loro azione serviva al quadrato di picchieri per penetrare all'interno del quadrato avversario in modo da creare scompiglio e distruggerlo. In un reggimento di Lanzichenecchi si trovavano inquadrati anche reparti di archibugieri e artiglieri con cannoni di varie tipologie. Venivano per ultime le salmerie, al seguito delle quali viveva una massa eterogenea di umanità: artigiani, mercanti, giocolieri, vagabondi tuttofare, prostitute, donne di truppa e famiglie intere che seguivano i propri capifamiglia in guerra.

I Lanzichenecchi presero parte a numerose battaglie dalla fine del XV secolo alla Guerra dei Trent'anni, finita nel 1648. Il loro periodo di massimo splendore fu il XVI secolo, nel quale si distinsero particolarmente durante le guerre d'Italia combattute tra le varie leghe e il Re di Francia o l'Imperatore. Particolarmente importanti furono le battaglie di Marignano - Melegnano in provincia di Milano- della Bicocca - un quartiere dell'attuale Comune di Milano - e di Pavia. Queste battaglie videro l'evoluzione del loro modo di combattere ed il progressivo prevalere dei Lanzichenecchi sulle formazioni di Picchieri Svizzeri, loro maestri nel XV secolo. Reggimenti di Lanzi presero parte anche a spedizioni fuori dall'Europa, ad esempio in Africa nel 1564 con il Conte Jackob Hannibal von Hohenems, oppure in America del Sud al seguito delle truppe di Conquistadores spagnoli e, addirittura, come truppe imbarcate alla battaglia navale di Lepanto nel 1571. La loro parabola ascendente fu interrotta all'inizio del XVII secolo dalla creazione di eserciti stabili da parte delle grandi nazioni, in quanto i governanti decisero che era più conveniente mantenere eserciti stabili che garantissero una maggiore governabilità.

"La Battaglia di Pavia"

La battaglia di Pavia del 25 febbraio 1525 di Giovanni Banfi (dalla rivista "Costume")

Verso la fine del primo quarto del XVI secolo alcuni fatti di estrema importanza influenzarono la storia europea, in particolare quella italiana. Il 28 giugno 1519 Carlo d'Asburgo, succeduto al nonno Massimiliano, divenne imperatore, prevalendo sull'altro pretendente, il re di Francia Francesco I. Carlo essendo, oltre che Imperatore, re di Spagna e discendente degli Asburgo, possedeva vasti territori in tutto il mondo conosciuto. Le colonie d'America, la Spagna, le Fiandre, gran parte dell'Austria, la Franca Contea l'Italia Meridionale, la Sicilia e la Sardegna. Nel 1521, il re di Francia Francesco I nel tentativo di arginare il grande potere di Carlo V, mosse verso l'Italia. Egli possedeva il Ducato di Milano, riconquistato nel 1515 dopo la battaglia di Marignano, l'attuale Melegnano, che vide sconfitti i famosi picchieri svizzeri al soldo di Massimiliano Sforza. All'inizio della nuova guerra d'Italia, i francesi ebbero la peggio e perdettero subito Milano. Inoltre, per incapacità del loro comandante, il Visconte di Lautrec, non sfruttarono l'occasione di intercettare le truppe di rinforzo composte da 6000 Lanzichenecchi guidati da Francesco Sforza in soccorso alla capitale del Ducato nell'aprile del 1522. Due anni dopo, Francesco I attraversò le Alpi con un nuovo esercito forte di circa 30.000 uomini (quasi il doppio di quello imperiale), composto da cavalleria e fanteria francesi, picchieri svizzeri, Lanzichenecchi tedeschi della "Banda nera", italiani e fanteria proveniente da alcune regioni della Francia meridionale. Dopo vari scontri che videro i Francesi in vantaggio, in ottobre, Milano, resa indifendibile dal proliferare di un'epidemia di peste e da problemi strategici, fu abbandonata dagli Imperiali nelle mani dei Francesi, che commisero il grave errore di lasciar ritirare le truppe di Carlo V oltre l'Adda, invece di inseguirle per assestar loro il colpo di grazia.

L'assedio e la battaglia I Francesi si dedicarono, invece, all'assedio di una delle più importanti roccaforti imperiali, Pavia, che era difesa da un contingente di circa 5000 Lanzichenecchi e un migliaio di spagnoli agli ordini di Antonio de Leyva, abile comandante e fedelissimo di Carlo V. De Leyva, con enormi sforzi, anche fisici a causa della gotta che lo affliggeva, iniziò subito a far approntare le difese della città e a prepararla contro un eventuale lungo assedio. Mobilitò tutti i cittadini abili per il rafforzamento dei bastioni, fece requisire viveri e rifornimenti vari nelle campagne attorno alla città e li fece ammassare nei magazzini. Pavia era una città fortificata il cui sistema di difesa, risalente al XII secolo era costituito da una cinta muraria con torri e porte, protetta da un fossato. A sud la protezione naturale costituita dal fiume Ticino. A nord la cinta era chiusa dal poderoso castello visconteo risalente al XV secolo, oltre il quale si estendeva il Parco Visconteo, circondato da una cinta muraria alta e spessa. Come si è già detto, i Francesi non si curarono delle truppe imperiali in difficoltà, che ebbero invece modo di ricostituirsi e rafforzarsi per mezzo di altri contingenti che arrivarono dalla Germania e che formarono un nuovo forte esercito pronto a muovere in soccorso di Pavia. Al comando vi erano il viceré di Napoli (Charles de Lannoy), il marchese di Pescara (Ferdinando Francesco d'Avalos) e l'ex Connestabile di Francia (Carlo di Borbone). All'inizio del 1525, con l'arrivo di circa 6000 Lanzi agli ordini del leggendario Georg von Frundsberg, soprannominato il "Padre dei Lanzichenecchi" e dell'altrettanto famoso Merk Sittich von Ems, l'esercito imperiale fu pronto per lanciare la controffensiva e andare in soccorso di Pavia, continuamente bombardata dai Francesi. La forza complessiva imperiale era di circa 17.000 fanti e 1.000 cavalieri. Durante la marcia di avvicinamento a Pavia si verificarono parecchie scaramucce tra Francesi e Imperiali.

Man mano che il tempo passava però, la situazione degli Imperiali peggiorava: le energie degli assediati erano agli sgoccioli, inoltre, il De Leyva era riuscito a far fronte al pagamento dei Lanzi che difendevano Pavia con i contributi di mercanti, artigiani e cittadini pavesi, ma le riserve erano finite. Anche l'esercito di soccorso del Frundsberg si trovava nella stessa situazione finanziaria: gli uomini attendevano le paghe da tempo, ma le finanze a disposizione non erano sufficienti. Si rischiava perciò l'abbandono della maggior parte dell'esercito imperiale per mancato pagamento del soldo. Si decise allora di muovere prima possibile un attacco risolutivo contro i Francesi, che nel frattempo si erano spostati all'interno del Parco con il fronte verso la città. Nella notte tra il 23 e il 24 di febbraio, dopo aver praticato alcune brecce nella cinta muraria a est del Parco, le truppe al comando di Alfonso d'Avalos, marchese del Vasto, formate pare da 2000 Lanzichenecchi e 1000 fanti spagnoli - protette dalla folta vegetazione - entrarono nel Parco e conquistarono il Castello del Mirabello impossessandosi di vettovaglie e materiali della retroguardia francese. L'abitudine alle scaramucce delle settimane precedenti aveva fatto pensare ai francesi che il trambusto, provocato dagli imperiali, fosse dovuto a uno dei consueti scontri tra fanti. Questo permise agli attaccanti di disporsi senza problemi all'interno del parco. Probabilmente si schierarono nel seguente modo: al centro la fanteria spagnola, alla sinistra i quadrati di Lanzichenecchi di Frundsberg e Sittich, a destra la cavalleria. All'esterno del Parco vennero lasciate delle truppe di riserva italiane e spagnole. Nel frattempo i soldati francesi fuggiti dal Mirabello avevano informato il resto dell'esercito. Subito la Gendarmeria del Re (truppe di cavalleria pesante corazzata) si preparò per l'attacco. Il re in persona guidò l'attacco contro le truppe imperiali e nella prima fase della battaglia ebbe la meglio, disperdendo la debole cavalleria nemica. Intanto i Lanzichenecchi della "Banda nera" e gli Svizzeri si occupavano della fanteria imperiale, bombardata dall'artiglieria francese. Avendo sconfitto quella che considerava la truppa d'elite degli imperiali, Francesco I pensò che le cose stessero andando per il meglio e ordinò ai suoi Gendarmi di arrestarsi e di riprendere fiato. Ma questo vantaggio durò ben poco. Il marchese di Pescara spostò un contingente di 1.500 archibugieri spagnoli in posizione favorevole in modo che potessero sparare sui cavalieri francesi. In poco tempo i cavalieri della Gendarmeria francese, impantanati nel terreno fangoso intorno alla Vernavola (il corso d'acqua che attraversa il parco) furono decimati dal tiro degli spagnoli e attaccati dalla cavalleria imperiale che si era nel frattempo riordinata. Anche gli altri contingenti dell'esercito del re ebbero la peggio. I Lanzichenecchi della "Banda Nera", odiati dai loro "fratelli" al servizio dell'Imperatore, perché considerati traditori della regola che vietava ad un Lanzichenecco di combattere contro l'Imperatore, vennero schiacciati in una morsa dai quadrati del Frundsberg e del Sittich e poi quasi massacrati totalmente. Venne poi la volta dei picchieri svizzeri, le cui fila, scompigliate dai gendarmi francesi in fuga, atterrite dalla sorte dei Lanzi della "Banda nera", bersagliate e attaccate dal fuoco degli archibugieri spagnoli e dai fanti, furono costrette alla fuga verso il Ticino. Alcuni vennero uccisi sul posto, molti altri affogarono nel fiume.

Anche il re Francesco I aveva rischiato una brutta fine. Battendosi fino all'ultimo fu assalito da un gruppo di soldati che l'avrebbero ucciso se non fosse stato per la robusta armatura e per l'intervento di Charles de Lannoy e di altri cavalieri imperiali. Durante la battaglia, durata circa due ore, i francesi subirono gravi perdite, si calcola circa 6-8000 uomini, contro meno di 1000 delle truppe imperiali. La battaglia di Pavia decretò sicuramente la superiorità dei quadrati di Lanzichenecchi tedeschi rispetto a quelli di picchieri svizzeri. Questi ultimi, nati tra il XIV e il XV secolo per contrastare le mire espansionistiche dei potenti paesi confinanti, godevano di una grande fama in Europa e la loro tecnica di combattimento fu imitata da altre fanterie compresi i Lanzichenecchi . Durante gli scontri che videro opposte queste due entità belliche, non esisteva la pietà. Picchieri e Lanzichenecchi si odiavano a morte. Fino alla battaglia della Bicocca che precedette di poco quella di Pavia, i picchieri erano sempre stati superiori ai Lanzichenecchi per tecnica e determinazione. Poi, l'esperienza e l'abilità dei fanti tedeschi e dei loro comandanti ebbero il sopravvento.


 


 

Bibliografia

La battaglia di Pavia - L. Casali, M. Galandra - Gianni Iuculano Editore
Pavia 1525 - A. Konstam, G. Turner - Osprey Publishing - Campaign
The Landsknechts - D. Miller, G. Embleton - Osprey Publishing - Men-at-Arms
Le armi in asta - M. Troso - Istituto Geografico De Agostini
La battaglia nel Parco - M. Galandra - Pavia, 1996
The Renaissance at war - Arnold Thomas F. - Cassel & Co. - London , 2001
Italia! Italia! 1526-1530 La prima Guerra d'Indipendenza Italiana - M. Troso

I Lanzichenecchi -
R. Baumann - Einaudi
Pavia 1525 -
A. Konstam, G. Turner - Osprey Publishing - Campaign

 

 

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